Quando il dolore all’anca diventa persistente e arriva a limitare in modo significativo le attività quotidiane, può essere necessario prendere in considerazione anche l’intervento di protesi.
A volte è possibile sostituire solo una parte dell’articolazione, a volte è necessaria una protesi totale d’anca (PTA), soprattutto quando l’articolazione è compromessa e dolore e perdita di funzionalità incidono in maniera significativa sulla qualità di vita.
L’obiettivo della chirurgia protesica è sostituire le superfici articolari danneggiate, ridurre il dolore e permettere all’anca di recuperare una buona funzione. Vediamo quindi quando è indicata la protesi d’anca, come è fatta, quali materiali utilizziamo e cosa aspettarsi dall’intervento.
Cos’è la protesi totale d’anca
L’anca è un’articolazione formata dalla testa del femore, di forma sferica, e dall’acetabolo, la cavità del bacino nella quale la testa femorale si muove. Le superfici sono rivestite da cartilagine, che consente all’articolazione di scorrere con un attrito molto ridotto.
Quando la cartilagine si deteriora in maniera importante oppure la testa del femore viene compromessa da altre patologie, questo meccanismo perde progressivamente la propria efficienza. Possono comparire dolore, rigidità e difficoltà nei movimenti.
Con la protesi totale d’anca vengono sostituite le componenti dell’articolazione compromessa. A livello femorale viene posizionato uno stelo, sul quale viene applicata una testa protesica, a livello del bacino viene invece impiantata una componente acetabolare, comunemente chiamata cotile.
Esistono anche soluzioni nelle quali viene sostituita soltanto una parte dell’articolazione, indicate in situazioni specifiche, per esempio alcune fratture del collo femorale. Quando parliamo di chirurgia protesica per coxartrosi e altre patologie degenerative dell’anca, tuttavia, il riferimento principale è la protesi totale.
Quando è indicata la protesi d’anca
- La coxartrosi, cioè l’artrosi dell’anca, è una delle indicazioni più frequenti. Con il progredire della malattia, la cartilagine che riveste testa femorale e acetabolo si deteriora e lo spazio articolare si riduce. Il paziente può iniziare ad avvertire dolore all’inguine, alla coscia o alla regione glutea, rigidità e una progressiva perdita della mobilità. La coxartrosi può essere primitiva, senza una causa specifica identificabile, oppure secondaria ad altre condizioni che hanno modificato nel tempo la struttura e la biomeccanica dell’anca. Tra queste rientrano, per esempio, displasia, epifisiolisi ed esiti di precedenti processi infettivi.
- Un’altra possibile indicazione è rappresentata dalle artropatie infiammatorie croniche, come l’artrite reumatoide.
- Ci sono poi le artrosi post-traumatiche. Una precedente frattura o lussazione può modificare la congruenza dell’articolazione e favorire negli anni un deterioramento progressivo della cartilagine. Anche in questo caso la protesi viene presa in considerazione quando il danno è ormai importante e i sintomi limitano concretamente la vita del paziente.
- Una condizione differente è la necrosi della testa del femore, o osteonecrosi. In questa patologia viene compromesso l’apporto sanguigno a una porzione della testa femorale, con conseguente sofferenza del tessuto osseo. Nelle fasi iniziali possono comparire edema osseo e dolore anche prima che la struttura della testa femorale sia definitivamente alterata.
La presenza di necrosi ed edema osseo, da sola, non significa però automaticamente dover impiantare una protesi. Negli stadi iniziali possono essere valutate strategie conservative o procedure volte a preservare l’articolazione. Quando la necrosi progredisce fino al cedimento della testa femorale e alla conseguente degenerazione articolare, invece, la protesi totale può diventare il trattamento più appropriato.
Non basta vedere l’artrosi in radiografia per decidere di operare
Perché due pazienti con radiografie apparentemente simili possono ricevere indicazioni terapeutiche diverse? Due radiografie apparentemente simili possono indicare situazioni completamente diverse. Un paziente può avere ancora una buona autonomia, mentre l’altro può convivere quotidianamente con dolore intenso e limitazioni importanti.
L’indicazione alla protesi non dipende soltanto dalla gravità radiografica dell’artrosi, ma bisogna valutare insieme dolore, perdita di mobilità, limitazioni nelle attività quotidiane e risposta ai trattamenti conservativi.
In particolare, la chirurgia protesica viene presa in considerazione quando il dolore è importante e persistente, presente da diversi mesi, e si associa a un deficit funzionale significativo. Se farmaci, fisioterapia, modificazione delle attività e altri trattamenti appropriati non permettono più di controllare adeguatamente i sintomi, possiamo iniziare a discutere l’opzione chirurgica.
Com’è fatta una protesi totale d’anca
Quando parlo di protesi utilizzo una sola parola per indicare un sistema composto, in realtà, da elementi differenti. Lo stelo femorale viene inserito all’interno del femore e può essere realizzato, tra gli altri materiali, in titanio. Su di esso viene posizionata la testa protesica, che sostituisce la testa naturale del femore. Sul versante del bacino viene invece posizionato il cotile, all’interno del quale trova spazio un inserto che costituisce la superficie di scorrimento della nuova articolazione.
Materiali e accoppiamenti vengono scelti considerando caratteristiche anatomiche, qualità ossea, età, attività e necessità del singolo paziente. Le componenti protesiche sono progettate con materiali biocompatibili e resistenti, studiati per garantire stabilità e limitare l’usura nel tempo.
- Il titanio viene ampiamente utilizzato in chirurgia ortopedica per le sue caratteristiche meccaniche e biologiche. In particolare, le superfici di alcune componenti sono progettate per favorire l’integrazione con l’osso quando viene utilizzata una fissazione biologica.
- Per le superfici articolari esistono diverse possibilità. Tra i materiali disponibili troviamo anche Oxinium, zirconio ossidato, sviluppato per assicurare resistenza e buone caratteristiche di usura.
Come si svolge l’intervento di protesi totale d’anca
Prima dell’intervento viene eseguita una pianificazione accurata attraverso radiografie e accertamenti necessari per affrontare la chirurgia in sicurezza.
Durante l’intervento vengono rimosse le superfici articolari compromesse e vengono posizionate le componenti femorale e acetabolare per ricostruire un’articolazione stabile, recuperando correttamente geometria e biomeccanica dell’anca.
Dopo l’intervento: quando si torna a camminare?
Oggi la riabilitazione dopo protesi d’anca tende a iniziare precocemente, compatibilmente con le condizioni cliniche del paziente. Già nelle prime fasi postoperatorie si lavora sul recupero della mobilità e della deambulazione, inizialmente con gli ausili indicati dal team riabilitativo. Il ricovero è generalmente breve, ma durata della degenza e progressione del carico possono variare in funzione delle condizioni generali e del percorso adottato.
Le stampelle vengono abbandonate quando il controllo dell’arto e la qualità della deambulazione lo consentono, evitando di trasformare una tempistica media in una scadenza valida per tutti.
Anche il ritorno alla guida, al lavoro e allo sport deve seguire criteri funzionali. Un’attività sedentaria e un lavoro fisicamente impegnativo, per esempio, richiedono tempi differenti. Camminata, cyclette, nuoto e altre attività a basso impatto possono essere progressivamente reinseriti, mentre la ripresa di attività più impegnative va discussa individualmente.
Quanto dura una protesi d’anca?
Le protesi moderne possono mantenere una buona funzione per molti anni e molti impianti superano i 20 anni, anche se la durata varia sensibilmente da paziente a paziente. Quest’ultima dipende da: età al momento dell’intervento, qualità dell’osso, peso, livello di attività, caratteristiche dell’impianto e condizioni cliniche individuali.
Nel tempo l’impianto deve essere controllato clinicamente e radiograficamente per verificarne funzionamento, stabilità e usura.
Quali sono i rischi della protesi totale d’anca?
La protesi d’anca è una procedura consolidata, ma rimane un intervento chirurgico maggiore. Tra le possibili complicanze rientrano infezione, trombosi venosa, lussazione dell’impianto, fratture periprotesiche, differenze nella lunghezza degli arti e, più raramente, complicanze neurologiche o vascolari.
La prevenzione comincia prima dell’intervento, attraverso la valutazione delle condizioni generali e dei fattori di rischio del paziente, e prosegue nel postoperatorio con profilassi tromboembolica, mobilizzazione e controlli programmati.
Durante la visita, il mio obiettivo è comprendere l’origine del dolore, valutare quanto l’articolazione sia realmente compromessa e stabilire se esistano ancora possibilità conservative oppure se la protesi rappresenti ormai il trattamento più appropriato.
La protesi totale d’anca può permettere di recuperare funzione e autonomia quando il deterioramento dell’articolazione e il dolore limitano significativamente la vita quotidiana. Se il dolore all’anca limita le tue attività e vuoi capire se la protesi sia realmente indicata o se esistano ancora alternative, una valutazione specialistica permette di definire il percorso più appropriato.